Agricoltura sociale come “momento” educativo

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Agricoltura sociale come “momento” educativo

di Cristiano Marini – www.cristianomarini.biz

L’attività di agricoltura sociale si presenta come un’occasione, un’opportunità che può far crescere la persona che la pratica, ma allo stesso tempo può mettere in difficoltà e far emergere criticità non previste. A causa di questa ambivalenza preferisco parlare di “momento” e non di “contesto” educativo, inteso nel suo significato di circostanza, occasione, opportunità[1].

 

Riappropriazione di sé

Il rapporto con la terra in un contesto agricolo si presenta spesso come esperienza di illusione, legata soprattutto al momento della semina e delle prime fasi di crescita delle piante, a cui può seguire la delusione, quando si fanno i conti dei raccolti. Il susseguirsi di illusione e delusione, se riproposto come chiave di lettura del proprio vissuto, costringe ad un contatto con se stessi e con la realtà attraverso il riconoscimento di questi stati d’animo come presenti nelle vicende della propria vita, offrendo la possibilità di riappropriarsi di sé, dei propri limiti, dei propri desideri e della propria dignità.

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“L’esercizio fisico e la diversità dei compiti tengono lontani dall’indugiare sui propri problemi”
TREZEVANT, American Journal of Insanity, 1815

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Responsabilità

La relazione uomo – terra comporta l’interazione con il vivente, animale e vegetale. Si tratta di un rapporto che chiede attenzione, costanza e cura, spingendo ad un atteggiamento di rispetto e formando ad una maggiore responsabilità intesa come capacità di rendere ragione delle proprie azioni. Un concetto complesso, così sintetizzato da uno dei miei primi clienti: “se non la curo nel modo giusto la pianta muore”.

 

Socializzazione

Le attività nei dei percorsi di AS sono impostate in modo da creare dei piccoli gruppi di lavoro. Questo comporta delle interazioni che facilitano la socialità e l’empatia ma che possono spesso far emergere difficoltà e immaturità relazionali che gli operatori dovranno saper individuare ed accompagnare.

Con il crescere delle competenze, il gruppo di lavoro può diventare anche il luogo del “protagonismo” che, in alcuni casi, da manifestazione di un sano orgoglio può degenerare in dinamiche di confronto e competizione, complicando la gestione del gruppo e causando stress e tensioni. Anche per questo motivo risulta importante la figura di un educatore che, leggendo le situazioni, interviene per aiutare gli utenti a ricollocarsi all’interno del gruppo nel rispetto dei ruoli di ciascuno e dei propri obiettivi individuali, senza perdere i “guadagni” in termini di autostima.

La vendita dei prodotti di Orti ETCI presso il punto vendita Coop di Porta a Mare (Pisa)

Le attività collocate in un contesto di filiera corta offrono delle opportunità ulteriori di socializzazione grazie ad un contatto diretto con coloro che usufruiranno dei prodotti coltivati, favorendo così una interazione tra utenti, famiglie di consumatori e territorio. In altri termini, la cura dei prodotti dell’agricoltura diviene una esperienza che media una relazione nella quale ci si riscopre responsabili non solo di sé e di ciò che si fa ma anche degli altri, in quanto fruitori di prodotti che saranno realmente di qualità nella misura in cui verranno adeguatamente curati; come ha sintetizzato con orgoglio un nostro amico durante un incontro pubblico, “Quello che ho piantato e raccolto va sulle tavole di tutti”.

 

Educare le risorse buone

Il lavoro offre spesso la possibilità di educare (educere, tirare fuori) le motivazioni e le risorse positive, le abilità e le capacità delle persone; favorendo l’acquisizione di nuove competenze, può incrementare nella persona un sano orgoglio nello scoprire di “saper fare” o di “essere ancora in grado di fare”. Una buona cura per l’autostima che, spesso, incoraggia a perseverare ed impegnarsi.

La dimensione educativa si presenta come un intervento positivo che mira prima di tutto a restituire dignità alla persona dando valore a ciò che già sa fare, perché niente di ciò che c’è di buono in lei vada perduto o sottovalutato.

Tutto questo ha bisogno di essere supportato e rafforzato da una conoscenza che possa dare un contenuto senso ed una motivazione a ciò che viene eseguito. Qui si gioca una delle sfide più importanti di ogni percorso di reinserimento: non limitarsi ad insegnare l’esecuzione corretta delle azioni ma fornire competenze che rendano autonomi e responsabili del lavoro e di sé.

 

Il lavoro nei campi presenta anche disagi e fatica che, per gli educatori, sono sempre aspetti positivi ed ottimi alleati, in quanto fanno emergere i “nodi” delle persone, fornendo non solo la possibilità di osservare ma anche l’opportunità per intervenire con azioni formative/educative adeguate. Affinché questa opportunità possa essere sfruttata in modo efficace è necessaria la presenza di operatori competenti, in grado di leggere le situazioni cogliendone i risvolti meno ovvi e capaci allo stesso tempo di guidare la persona in una sorta di auto-lettura, mantenendo un atteggiamento di paziente rispetto e soprattutto gestendo adeguatamente le proprie aspettative e la propria aggressività. Tutto questo presuppone una buona sinergia tra operatori, educatori e Assistenti Sociali e soprattutto una condivisione dei progetti individuali, degli obiettivi dell’inserimento e dei mezzi individuati per raggiungerli.

Educare un diverso rapporto con il tempo e con il silenzio

Nell’osservazione dell’attività lavorativa degli utenti inseriti in percorsi di AS emergono spesso due caratteristiche particolarmente stimolanti dal punto di vista educativo e formativo: la dimensione del tempo e quella del silenzio.

Il silenzio è un’esperienza inevitabile in un lavoro dove quasi tutto viene eseguito in campo aperto. Ho notato che le persone coinvolte in percorsi di inserimento, soprattutto quando la fatica si fa sentire facendo “abbassare” le difese, temono il silenzio e se ne difendono cercando di evitarlo o “colmarlo”.

Questa difficoltà nasce spesso dal fatto che il silenzio è sperimentato prima di tutto come una minaccia. Nel silenzio si riaffacciano alla mente mille pensieri, paure e preoccupazioni, bisogni insoddisfatti e desideri inappropriati o non sani per la persona, aumentando spesso il senso di insoddisfazione e frustrazione. Si crea di conseguenza una situazione nella quale trovano spazio sterili rimuginazioni.

Allo stesso tempo, il silenzio è anche una grande opportunità – ed è a questa sua caratteristica positiva che occorre educare – in quanto permette di rileggere le vicende della propria storia, di riflettere e dare un senso diverso al vissuto. In questo caso il ruolo dell’educatore è quello di far cogliere il silenzio come una ricchezza, aiutando ad evitare la trappola delle rimuginazioni, offrendosi come alterità positiva disposta all’ascolto e all’accoglienza.

Il tempo, nell’attività agricola, è spesso un “tempo rallentato” rispetto ai ritmi della vita quotidiana e di altre attività lavorative, in quanto subordinato al verificarsi o meno di eventi che non si possono controllare (clima, cicli evolutivi, etc.).

Il tempo inoltre, come si vede scorrere attraverso il ciclo vitale delle piante, è necessario, “occorre” e per questo provoca nelle persone, che delle piante si prendono cura, una nuova e diversa relazione con esso che può avere una ricaduta positiva sulla vita personale. Non è raro scoprire nelle persone che da tempo sono inserite in percorsi di AS, una capacità inaspettata di attendere in modo attivo, una pazienza che non è più passiva rassegnazione o rabbioso rifiuto di fronte ad aspettative che non si avverano ma una vera e propria capacità di procedere verso la realizzazione dei propri obiettivi (ad-tendere appunto), con la consapevolezza che ogni passo richiede il tempo necessario e come non deve essere rallentato così non può essere nemmeno accelerato, pena il fallimento del percorso.

Il tempo dell’attività agricola, però, può essere anche “tempo monotono” e soprattutto ripetitivo, che mette alla prova la capacità di dare continuità e costanza all’attività lavorativa. Questo forma alla pazienza ed allo stesso tempo mette alla prova la motivazione lavorativa e la capacità di concentrazione.

Queste – e non solo queste – caratteriste dell’attività agricola rendono l’atto del produrre cibo un’azione educativa ed inclusiva, capace di restituire dignità e responsabilità alla persona. “La terra ha ancora bisogno delle mani dell’uomo per trasformarsi in pane” (A. PITRONE, Convivio).

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[1] Con questa distinzione, da un punto di vista educativo, si fa riferimento alle circostanze, spesso casuali, che, se colte e ben interpretate, offrono l’opportunità di mettere in atto azioni educative puntuali, non programmate ma comunque efficaci.


I contenuti presentati nell’articolo sono tratti da: “Orti E.T.I.C.I. , la valutazione di un’esperienza collaborativa tra enti pubblici, mondo agricolo e della cooperazione sociale, <em>a cura di </em>Francesco di Iacovo, Roberta Moruzzo”

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